49° Congresso nazionale AISD · Aci Castello (CT), 1-3 ottobre 2026
Il dolore cronico non è un sintomo che accompagna altre malattie: è una condizione clinica con meccanismi propri, che modifica il sistema nervoso e si intreccia con la salute cardiovascolare e mentale. È questo il filo che ha attraversato il 49° Congresso nazionale dell’AISD, svolto ad Aci Castello dall’1 al 3 ottobre 2026 con oltre 550 partecipanti.

L’appuntamento ha avuto un valore simbolico. L’Associazione Italiana per lo Studio del Dolore (AISD), capitolo italiano della International Association for the Study of Pain (IASP) e della European Pain Federation (EFIC), è nata a Firenze il 10 marzo 1976. Mezzo secolo dopo riunisce algologi, neurologi, fisiatri, reumatologi, farmacologi, psicologi, infermieri e fisioterapisti.
Il programma ha alternato sessioni sui grandi quadri clinici, workshop pratici e sessioni congiunte con SIMFER, SISC, SIUD, SICP e GIMDO. Delle indicazioni emerse sulle scelte terapeutiche nei diversi quadri di dolore ne abbiamo già parlato nel precedente articolo. Questo approfondimento guarda a ciò che viene prima della terapia: quanto pesa il dolore cronico, come si riconosce e quali legami ha con il sistema nervoso centrale e con il sistema cardiovascolare.
Perché il dolore cronico è considerato una malattia?
In Europa circa un adulto su cinque convive con dolore cronico di intensità moderata o severa; nell’indagine europea di riferimento l’Italia si collocava intorno al 26% [1]. Il dolore cronico è tra le prime cause di disabilità e di perdita di giornate lavorative [2].
La definizione IASP rivista nel 2020 descrive il dolore come “un’esperienza sensoriale ed emozionale spiacevole associata, o simile a quella associata, a un danno tissutale reale o potenziale” [3]. Con l’ICD-11 il dolore che persiste o ricorre per oltre tre mesi è entrato nella classificazione internazionale delle malattie. Accanto al dolore cronico secondario, l’ICD-11 riconosce il dolore cronico primario, in cui il dolore è la malattia stessa [4].
Per il medico questo cambio di prospettiva ha conseguenze concrete. Il dolore va misurato, documentato e rivalutato come un parametro clinico. In Italia la Legge 38/2010 lo prevede già, con l’obbligo di riportare la rilevazione del dolore in cartella clinica.
Come il dolore cronico modifica il sistema nervoso centrale
Nel dolore cronico cervello e midollo spinale non sono semplici “ricevitori” del segnale, ma luoghi in cui il segnale viene amplificato, modulato e mantenuto: è la sensibilizzazione centrale [5]. La distinzione tra dolore nocicettivo, neuropatico e nociplastico, già richiamata nel resoconto precedente come guida alle scelte di trattamento, viene qui ripresa dal punto di vista della fisiopatologia e della diagnosi.
Dolore neuropatico: come si diagnostica (Global Year IASP 2026)
La IASP ha dedicato il 2026 al dolore neuropatico e il congresso lo ha posto al centro con la sessione “Quando i nervi fanno male”. Il dolore neuropatico nasce da una lesione o malattia del sistema somatosensoriale e interessa il 7-10% della popolazione generale [6].
La diagnosi segue un sistema a livelli: dolore “possibile” se storia e distribuzione sono plausibili, “probabile” se l’esame obiettivo conferma segni sensitivi coerenti, “definito” se un test conferma la lesione [7]. I meccanismi includono scariche ectopiche, alterazioni dei canali ionici e sensibilizzazione centrale, cioè un aumento dell’eccitabilità dei neuroni spinali e sovraspinali [5, 6].
Nella pratica, strumenti di screening validati come il questionario DN4, che combina sette domande sui sintomi e tre item dell’esame obiettivo, aiutano a riconoscere una componente neuropatica: un punteggio di almeno 4 su 10 la rende probabile [8]. Non sostituiscono l’esame clinico, ma sono utili soprattutto in medicina generale, dove il dolore neuropatico è spesso sottostimato.
La sessione sul dolore neuropatico localizzato ha richiamato l’importanza di riconoscere le forme circoscritte, frequenti nella pratica ambulatoriale. Quella intitolata “Beyond the known” ha affrontato il dolore misto, in cui componenti nocicettive e neuropatiche convivono e richiedono il contributo di più specialisti [9].
Che cos’è la neuropatia delle piccole fibre?
La neuropatia delle piccole fibre (SFN) colpisce le fibre A-delta e C, che trasmettono dolore e temperatura e regolano funzioni autonomiche. Si presenta con bruciore, spesso ai piedi, e talvolta con disturbi autonomici; l’esame neurologico standard e l’elettroneurografia possono risultare normali [10].
La diagnosi si basa su clinica, test sensitivi quantitativi e biopsia cutanea con conta della densità delle fibre intraepidermiche [10]. Tra le cause più frequenti vi sono il diabete e la ridotta tolleranza glucidica, che legano la SFN al rischio cardiometabolico.
Il congresso ha discusso anche il ruolo delle piccole fibre nella fibromialgia. Una quota di pazienti con fibromialgia mostra una riduzione delle fibre intraepidermiche [11]. Un position statement del Gruppo di studio sul dolore neuropatico della Società Italiana di Neurologia (SIN) ha definito criteri clinici e percorso diagnostico della fibromialgia, con indicazioni sulla valutazione delle piccole fibre [12]; ad Aci Castello è stata presentata la Consensus AISD-SIN sul tema.
Fibromialgia: il modello del dolore nociplastico
La fibromialgia è l’esempio più tipico di dolore nociplastico: un dolore diffuso, più esteso o intenso di quanto spiegherebbe un eventuale danno tissutale o nervoso, associato a fatica, sonno non ristoratore e difficoltà cognitive [13]. Si parla di dolore nociplastico quando il dolore nasce da una nocicezione alterata, senza una chiara evidenza di danno tissutale o di lesione del sistema somatosensoriale. I criteri clinici e il sistema di grading proposti nel 2021 da una task force della IASP aiutano a riconoscere questa componente anche in altri quadri di dolore muscoloscheletrico [14].
Al congresso la fibromialgia è stata discussa a partire da fisiopatologia, epidemiologia e fenotipi clinici. Riconoscere i sottogruppi — con prevalente coinvolgimento delle piccole fibre, con disturbi dell’umore in primo piano, con sintomi a carico di più apparati — aiuta a spiegare l’eterogeneità dei pazienti e a orientare il percorso diagnostico.
Dolore cronico e depressione: perché vanno cercati insieme
Dolore cronico e depressione si presentano spesso insieme: nelle casistiche cliniche la depressione maggiore riguarda in media circa la metà dei pazienti con dolore cronico [15]. Il rapporto è bidirezionale: il dolore aumenta il rischio di depressione, e la depressione si associa a dolore più intenso, maggiore disabilità e prognosi peggiore.
Oltre ai meccanismi farmacologici, già affrontati nel resoconto precedente, conta il riconoscimento. La depressione nel paziente con dolore è spesso sottodiagnosticata, perché fatica, insonnia e ridotta concentrazione vengono attribuite al dolore stesso [15]. Brevi strumenti di screening dell’umore e del sonno nella visita di routine aiutano a far emergere la comorbidità. La depressione è anche un fattore prognostico sfavorevole nella cardiopatia ischemica [16]: un ulteriore punto di contatto tra le aree trattate in questo articolo.
Neuroinfiammazione, microbiota, cefalee e differenze di genere
Una lettura ha ripercorso vent’anni di studi sulla neuroinfiammazione. Microglia e astrociti attivati rilasciano mediatori che sostengono la sensibilizzazione centrale e contribuiscono alla cronicizzazione [17]. Una seconda lettura, in inglese, ha fatto il punto sulle evidenze del ruolo del microbiota intestinale nella modulazione del dolore, area promettente ma ancora in gran parte preclinica [18].
L’interesse per il microbiota nasce dall’asse intestino-cervello: metaboliti batterici e mediatori immunitari possono influenzare la sensibilizzazione periferica e centrale [18]. Il tema è tornato nella sessione congiunta AISD-SIUD sul dolore pelvico cronico, dove neuroinfiammazione e microbiota sono stati discussi come possibili meccanismi comuni a disturbi urologici, ginecologici e intestinali.
La sessione congiunta con la SISC ha trattato il dolore cranio-facciale di difficile diagnosi: le cefalee trigemino-autonomiche oltre la cefalea a grappolo, il dolore cranio-facciale in età evolutiva e le red flags. Il riconoscimento dei segnali di allarme resta il primo strumento per evitare errori diagnostici.
Infine la sessione sulla medicina di genere ha ricordato che le donne sono più rappresentate in molte condizioni dolorose croniche e che i meccanismi del dolore mostrano differenze legate al sesso [19].
La sessione ha affrontato anche il dolore nelle persone transgender, il dolore oncologico in prospettiva di genere e le differenze nella riabilitazione. Le differenze coinvolgono ormoni sessuali, risposta immunitaria e modulazione centrale, ma anche il modo in cui il dolore viene riferito e valutato: un tema che tocca direttamente l’accuratezza della diagnosi [19].
Dolore cronico e rischio cardiovascolare: un rapporto bidirezionale
Il dolore cronico è associato a un aumento del rischio cardiovascolare, e alcune malattie vascolari sono a loro volta fonte di dolore. Questo legame, meno noto del precedente, attraversa diverse sessioni del congresso e interessa direttamente cardiologi e medici di medicina generale.
Il dolore cronico aumenta il rischio cardiovascolare?
Nella coorte UK Biobank, 475.171 adulti seguiti per una mediana di sette anni, il dolore cronico localizzato si associava a un rischio di eventi cardiovascolari più alto del 14% e il dolore cronico diffuso del 48%, dopo aggiustamento per i principali fattori di rischio [20]. Gli autori stimano che la quota di eventi cardiovascolari attribuibile al dolore cronico (8,6%) sia paragonabile a quella attribuibile al diabete (7,3%) [20]. Un precedente studio di popolazione britannico aveva già rilevato un’associazione tra dolore cronico e malattia cardiaca [21].
Anche l’osteoartrosi, cui il congresso ha dedicato la sessione “Oltre la cartilagine”, si associa a un maggiore rischio cardiovascolare [22]. Infiammazione sistemica di basso grado, ridotta attività fisica e comorbidità metaboliche sono i fattori comuni più citati.
Quali meccanismi legano dolore e sistema cardiovascolare?
Sistema cardiovascolare e sistemi di controllo del dolore condividono circuiti nel tronco encefalico. In condizioni normali, un aumento della pressione arteriosa attiva i barocettori e riduce la sensibilità al dolore. Nel dolore cronico questa interazione si altera: la modulazione inibitoria si riduce e l’attivazione simpatica resta elevata [23,24].
Il fenomeno, noto come ipoalgesia associata alla pressione arteriosa, è stato descritto anche in soggetti con ipertensione non ancora diagnosticata [25]. Nei pazienti con dolore cronico, invece, la prevalenza di ipertensione risulta più elevata rispetto a pazienti senza dolore della stessa età [25]. Ne deriva un’indicazione semplice: nel paziente con dolore persistente la misurazione della pressione arteriosa merita la stessa regolarità della valutazione del dolore.
A questo si sommano fattori comportamentali e psicologici: sedentarietà, disturbi del sonno, depressione e stress cronico. Sono gli stessi elementi che il congresso ha indicato come bersagli di una presa in carico globale.
Il dolore vascolare nell’arteriopatia periferica
La sessione “Il dolore vascolare: la multidisciplinarietà scende in campo” ha messo a confronto il chirurgo vascolare e l’algologo. Nell’arteriopatia periferica il dolore va dalla claudicatio intermittens fino al dolore a riposo dell’ischemia cronica che minaccia l’arto, segno di malattia avanzata [26].
In questi pazienti il dolore ha anche un valore diagnostico e prognostico: la sua comparsa a riposo, o un cambiamento delle sue caratteristiche, può segnalare un peggioramento della perfusione. Il confronto tra chirurgo e algologo permette di leggere insieme quadro emodinamico e quadro doloroso, che spesso comprende anche una componente neuropatica di origine ischemica.
Neuropatia diabetica e rischio cardiovascolare: il ruolo del sistema autonomico
Le piccole fibre comprendono anche le fibre autonomiche. Nel diabete la loro compromissione si associa alla neuropatia autonomica cardiovascolare, che si manifesta con tachicardia a riposo, ipotensione ortostatica e ridotta variabilità della frequenza cardiaca, ed è un predittore indipendente di mortalità [27]. Il paziente con dolore da neuropatia diabetica merita quindi anche una valutazione cardiovascolare.
Dolore nel paziente anziano fragile
La sessione congiunta AISD-SIMFER su osteoporosi e sarcopenia ha portato l’attenzione sull’anziano fragile, spesso con comorbidità cardiovascolari e in politerapia. In questi pazienti dolore nocicettivo, neuropatico e nociplastico possono coesistere. La valutazione richiede strumenti clinici e funzionali e deve tenere conto del profilo cardiovascolare complessivo.
Ecografia e intelligenza artificiale nella diagnosi del dolore
Il workshop teorico-pratico sull’ecografia, accreditato per 50 medici, ha confermato il ruolo crescente di questa metodica nell’inquadramento del dolore. L’ecografia di nervo affianca le indagini neurofisiologiche nel dolore neuropatico: mostra alterazioni di calibro ed ecostruttura del nervo e aiuta a localizzare compressioni e lesioni [28].
L’intelligenza artificiale ha avuto una sessione dedicata a potenzialità, limiti e responsabilità. Le applicazioni più studiate riguardano la valutazione del dolore, anche da espressioni facciali e segnali fisiologici, e la stratificazione del rischio di cronicizzazione [29]. “L’AI non sostituisce il giudizio clinico né la relazione tra medico e paziente”, ha sottolineato il presidente AISD Diego Fornasari,








