Luca Marchesi
Dipartimento di Scienze Cliniche e di Comunità , Università degli studi di Milano.
Uno studio italiano pubblicato su BMC Primary Care esplora come i futuri professionisti delle cure primarie percepiscono le opportunità e le criticità della riforma dell’assistenza territoriale, offrendo spunti utili per accompagnarne l’attuazione [1].
“La riforma dell’assistenza territoriale sta modificando profondamente il ruolo del Medico di Medicina Generale. Per comprendere come questa trasformazione venga percepita dalle nuove generazioni di professionisti, abbiamo raccolto le esperienze di medici in formazione coinvolti in una rete innovativa di cure primarie.”
Luca Marchesi, primo autore dello studio: “Un aspetto particolarmente interessante emerso da questo studio è che i giovani professionisti mostrano una chiara consapevolezza delle sfide che attendono la sanità territoriale e una forte apertura verso modelli di assistenza basati sulla collaborazione tra professionisti. Colpisce come molti partecipanti descrivano l’integrazione non come una riorganizzazione amministrativa, ma come un cambiamento culturale del modo di fare medicina. La nuova generazione di professionisti è pronta a raccogliere la sfida della trasformazione delle cure primarie, a condizione di essere adeguatamente supportata dal punto di vista organizzativo e formativo.”
Parole chiave: PHC, lavoro multidisciplinare, cambiamento culturale
Perché parlare oggi di assistenza primaria integrata?
I sistemi sanitari europei stanno attribuendo un’importanza crescente ai modelli di assistenza primaria integrata tra operatori e tra sanitario e sociale, nel tentativo di rispondere in modo più efficace alla transizione demografica in atto nei diversi Paesi. È stato dimostrato che l’assistenza integrata aumenta l’accesso ai servizi sanitari e migliora la continuità delle cure per i pazienti affetti da patologie croniche [2].
Per far fronte a queste sfide, il Governo italiano ha recentemente introdotto una riforma dell’assistenza territoriale (Decreto Ministeriale 77/2022) [3], che mira a trasformare l’assistenza primaria in un modello di sanità di comunità, superando le disuguaglianze geografiche e promuovendo una maggiore efficacia e integrazione dei servizi.
La riforma individua nelle Case della Comunità (CdC) il fulcro dell’assistenza territoriale integrata, con l’obiettivo di rafforzare il raccordo tra cure primarie, servizi specialistici e servizi sociali, favorendo il lavoro multidisciplinare tra Medici di Medicina Generale (MMG), infermieri, specialisti, psicologi e altri professionisti della salute [4], [5]. Il ruolo del Medico di Medicina Generale sta quindi evolvendo per rispondere alle nuove sfide socioassistenziali.
Lo studio: ascoltare chi sarà il medico di famiglia di domani
In questo contesto si inserisce il recente studio pubblicato su BMC Primary Care, che ha esplorato il punto di vista dei medici in formazione specifica in Medicina Generale (MMG) e degli specializzandi in Medicina di Comunità e delle Cure Primarie (MCCP) coinvolti nel progetto di MedicInRete, coordinato dall’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri IRCCS di Milano, con l’obiettivo di promuovere tra i giovani medici nuovi modelli organizzativi in medicina generale orientati alla Primary Health Care [1].
Il lavoro appena pubblicato è uno studio qualitativo basato su interviste semi-strutturate, che ha raccolto le esperienze e le opinioni di 12 giovani medici provenienti da Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna. Il punto di forza dello studio è quello di dare risalto alla voce dei giovani medici, una categoria professionale raramente coinvolta nel dibattito sulla riforma delle cure primarie, nonostante rappresenti la futura generazione di professionisti chiamati a operare nel nuovo modello di assistenza territoriale. Lo studio presenta alcuni limiti: in particolare, il disegno qualitativo, il numero limitato di partecipanti e il loro reclutamento all’interno di una rete già orientata all’innovazione organizzativa non consentono di generalizzare i risultati all’intera categoria professionale. Le interviste raccolte devono pertanto essere interpretate come espressione delle esperienze e delle prospettive dei partecipanti intervistati.
Le principali sfide emerse
I partecipanti hanno mostrato una chiara consapevolezza delle sfide che attendono oggi i servizi sanitari territoriali. In particolare, la complessità crescente delle cronicità che si lega da un lato alla necessità di risposte assistenziali e sociali integrate e dall’altro al bisogno di un approccio collaborativo e interdisciplinare tra i diversi professionisti che operano sul territorio.
«Quindi, credo che un medico non possa più lavorare da solo, ma debba lavorare all’interno di un’équipe multidisciplinare e interprofessionale, coinvolgendo quindi altri colleghi medici, ma anche professionisti con competenze diverse, dagli infermieri agli assistenti sociali, agli psicologi e così via.»
Tuttavia, la frammentazione dei servizi continua a ostacolare la comunicazione e il coordinamento tra ospedale, territorio e servizi sociali. Ne consegue una presa in carico spesso frammentata, una medicina a chiamata e non proattiva, che fatica a rispondere in modo globale e continuativo ai bisogni della persona.
Inoltre, i partecipanti hanno sottolineato le criticità causate dall’utilizzo di sistemi operativi frammentati e non ancora all’altezza delle sfide attuali; in particolare, sono state evidenziate significative criticità nell’interoperabilità dei sistemi informativi e nella condivisione tempestiva delle informazioni cliniche.
È emerso anche un altro tema cruciale: i pazienti stanno cambiando. Il crescente accesso alle informazioni sanitarie online ha modificato le aspettative dei cittadini, contribuendo a rendere il rapporto medico-paziente più articolato rispetto al passato. Il ruolo del MMG attuale dovrebbe essere quello di guida all’interno del percorso assistenziale.
I partecipanti hanno espresso infine anche criticità relative alle aree rurali. Qui spesso la riduzione dei servizi di prossimità e la carenza di professionisti aumenta le distanze e causa una difficoltà aggiuntiva rispetto all’offerta disponibile nelle aree urbane.
Le soluzioni proposte dai giovani medici
I partecipanti hanno individuato diverse soluzioni possibili. In primo luogo, è emersa la necessità di superare una visione tradizionale e fortemente individuale della Medicina Generale, favorendo modelli di lavoro basati sulla collaborazione interprofessionale e sulla condivisione delle responsabilità cliniche. Secondo i partecipanti, la crescente complessità clinica e assistenziale richiede una presa in carico multi e interprofessionale, nella quale il medico delle cure primarie (MMG e/o MCCP) svolga una funzione di coordinamento del percorso di cura.
È emersa la necessità di promuovere collaborazioni spontanee finalizzate alla creazione di reti territoriali, attraverso iniziative bottom-up avviate direttamente dai professionisti. Tali iniziative, pur essendo da sempre presenti, sono state finora affidate prevalentemente all’iniziativa individuale. Ma è stata sottolineata anche l’importanza di un supporto più strutturato a livello istituzionale tramite, ad esempio, riunioni periodiche dedicate e politiche che favoriscano la collaborazione.
L’introduzione delle Case della Comunità (CdC) è stata accolta favorevolmente dai partecipanti. Dalle interviste emerge infatti il potenziale di queste strutture nel favorire la continuità assistenziale dei pazienti con patologie croniche, promuovendo la collaborazione e il lavoro multidisciplinare.
Sono stati portati diversi esempi di buone pratiche già esistenti e da cui si potrebbe prendere spunto. Tra gli esempi più interessanti figura la possibilità di accedere rapidamente a consulenze telefoniche con specialisti ospedalieri, uno strumento che potrebbe migliorare l’appropriatezza prescrittiva e ridurre gli invii specialistici non necessari.
Inoltre, per favorire una comunicazione più fluida tra assistenza primaria e secondaria, i partecipanti hanno indicato il Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE) come una risorsa fondamentale e ne hanno auspicato il miglioramento, poiché ritengono che abbia grandi potenzialità, attualmente non pienamente sfruttate. Al momento, soltanto i referti delle visite specialistiche e degli esami e le lettere di dimissione vengono caricati in formato PDF, mentre i medici di medicina generale non possono inserire le proprie annotazioni. Tra le priorità principali figurano la possibilità per i medici di medicina generale di caricare le proprie note e la creazione di una sezione dedicata che riassuma la storia clinica e il contesto sociale del paziente, così da offrire agli specialisti un quadro più chiaro delle sue condizioni.
Il dibattito sul futuro contrattuale dei Medici di Medicina Generale
Il tema dell’integrazione si intreccia inevitabilmente con quello dell’organizzazione della professione. Molti partecipanti hanno sottolineato la necessità di rivedere l’attuale Accordo Collettivo Nazionale (ACN) dei Medici di Medicina Generale, considerandolo un elemento centrale per favorire lo sviluppo di un’assistenza maggiormente integrata. In questo contesto, è emerso il dibattito, tuttora aperto, sulla possibilità che i MMG diventino dipendenti del Servizio Sanitario Nazionale anziché continuare a operare come liberi professionisti convenzionati.
«Il rapporto di dipendenza consentirebbe certamente una maggiore omogeneità, perché oggi ogni medico è libero di organizzarsi come ritiene opportuno e secondo il proprio modo di lavorare; molto dipende dalla sua professionalità.»
Alcuni partecipanti hanno inoltre evidenziato come l’attuale assetto contrattuale possa rappresentare un ostacolo all’integrazione tra professionisti e servizi.
Non tutti gli intervistati, tuttavia, si sono espressi a favore del passaggio a un rapporto di dipendenza. Diversi partecipanti hanno evidenziato vantaggi e svantaggi di entrambe le soluzioni, sottolineando la complessità del tema.
«Da un lato, la libera professione offre una grande flessibilità organizzativa e la possibilità di autogestire il proprio lavoro. Se si è in grado di farlo bene, si può lavorare molto bene. Dall’altro lato, però, bisogna sostenere i costi dell’attività, non si hanno ferie retribuite né tutele per la malattia. Al contrario, il lavoro dipendente offre certamente vantaggi considerevoli. Credo quindi che la verità stia nel mezzo e, ad oggi, non saprei dire quale sia la soluzione migliore tra il rapporto di dipendenza e la libera professione.» (P6)
Le opinioni raccolte non delineano quindi un consenso a favore di un unico modello contrattuale. Piuttosto, evidenziano la necessità di interrogarsi sulla capacità dell’attuale assetto di sostenere un’assistenza realmente integrata. In questa prospettiva, potrebbe essere utile valutare anche modelli contrattuali più flessibili, che consentano, su base volontaria, di valorizzare sia l’autonomia professionale sia forme di maggiore integrazione con il SSN.
Ripensare il corso di formazione di Medicina Generale e la scuola di specializzazione in MCCP
Infine, i partecipanti hanno parlato del percorso formativo. È stata sottolineata più volte la necessità di standard di formazione condivisi a livello nazionale per i corsi di formazione specifica in Medicina Generale. Molti intervistati hanno inoltre sottolineato la necessità di integrare nei percorsi formativi competenze legate al lavoro interdisciplinare, alla leadership clinica e alla gestione dei processi assistenziali complessi.
«Dovremmo parlare di standardizzazione della formazione, perché qui in Italia la formazione dei medici di medicina generale è regionale. Ogni Regione forma la propria classe professionale in modo diverso; non ci confrontiamo tra le diverse Regioni. Con una formazione nazionale, ci sarebbe quindi una maggiore standardizzazione.»
I partecipanti hanno inoltre richiamato l’attenzione su un vuoto normativo che limita l’impiego degli specialisti in Medicina di Comunità e delle Cure Primarie nella Medicina Generale, nonostante le competenze acquisite durante un percorso formativo specificamente orientato alla gestione integrata dei pazienti cronici e alla governance dei percorsi assistenziali territoriali. Questa riflessione assume particolare rilevanza alla luce del primo Core Curriculum del Medico di Comunità e delle Cure Primarie, presentato dalla Società Italiana di Medicina di Comunità e delle Cure Primarie in occasione del primo congresso nazionale e già approfondito su Medici Oggi [6]. Il documento definisce un profilo professionale che integra competenze cliniche, organizzative e di governo delle reti territoriali, con particolare attenzione alla presa in carico dei pazienti cronici e complessi, al lavoro multiprofessionale e alla continuità delle cure. La formazione prevede inoltre esperienze negli ambulatori di Medicina Generale, nelle Case e negli Ospedali di Comunità e negli altri nodi della rete territoriale.
«Non possiamo lavorare come Medici di Medicina Generale, ma abbiamo altri sbocchi professionali, ad esempio negli ospedali di comunità, nelle strutture intermedie, nelle CdC, sia a livello gestionale, soprattutto organizzativo, sia anche con una componente clinica. Io mi vedo maggiormente in questo settore. La nostra specializzazione comprende anche altri due sbocchi: le cure palliative, quindi hospice e cure palliative domiciliari (…) direttori di distretto, direttori di dipartimento. Io, invece, mi vedo ancora (…) in ruoli organizzativi e clinici a livello territoriale, cioè nelle CdC, negli Ospedali di Comunità e nelle Centrali Operative Territoriali. Insomma, nell’assistenza primaria e l’assistenza territoriale, ecco.»
Il riconoscimento formale di queste competenze rende quindi ancora più attuale il dibattito sulla piena valorizzazione degli specialisti in MCCP nell’ambito delle cure primarie e sulla coerenza tra percorso formativo, competenze acquisite e possibilità di esercizio professionale.
Implicazioni per il futuro delle Cure Primarie
I risultati dello studio offrono indicazioni importanti per i decisori politici, per le scuole di formazione in Medicina Generale e per le scuole di specialità in Medicina di Comunità e delle Cure Primarie e per tutti gli attori coinvolti nella riforma dell’assistenza territoriale.
La sostenibilità dei nuovi modelli dipenderà dalla capacità di valorizzare il ruolo dei medici delle cure primarie, favorendo al tempo stesso la collaborazione interprofessionale e la condivisione delle responsabilità assistenziali. Lo studio suggerisce che le riforme organizzative, pur necessarie, non siano sufficienti da sole: l’integrazione richiede anche una cultura professionale condivisa, fondata sulla collaborazione, sulla fiducia reciproca e sulla responsabilità comune nei confronti del paziente, tutti requisiti che dovrebbero realizzarsi già durante i percorsi formativi delle singole professioni, con momenti condivisi in cui apprendere competenze di lavoro in équipe.
Ascoltare le aspettative e le preoccupazioni dei giovani medici significa comprendere meglio quali condizioni siano necessarie per rendere realmente efficace la trasformazione delle cure primarie.
«C’è quasi una spaccatura: i giovani la pensano in un modo e i più anziani in un altro. Il problema è che poi sono i medici di medicina generale più anziani a sedersi al tavolo delle trattative.»
Le voci raccolte suggeriscono che una parte della nuova generazione di professionisti sia pronta a raccogliere la sfida della trasformazione delle cure primarie, a condizione di essere adeguatamente supportata dal punto di vista organizzativo e formativo. Affinché la riforma delle cure primarie possa esprimere pienamente il proprio potenziale, sarà necessario investire non solo in strutture e tecnologie, ma anche nelle competenze, nella formazione e nella capacità di lavorare in rete dei professionisti che saranno chiamati a guidare il cambiamento nei prossimi anni.
Riferimenti bibliografici
- L. Marchesi et al., “Challenges of the general practitioner’s role in integrated primary health care: a qualitative study of trainees in a reform-oriented network in Northern Italy,” BMC Primary Care, Jul. 2026, doi: 10.1186/S12875-026-03420-4.
- Y. Zhang, J. Stokes, L. Anselmi, P. Bower, and J. Xu, “Can integrated care interventions strengthen primary care and improve outcomes for patients with chronic diseases? A systematic review and meta-analysis,” Health Res. Policy Syst., vol. 23, no. 1, p. 5, Dec. 2025, doi: 10.1186/S12961-024-01260-1.
- “Italian Ministry of Health. Regulation defining models and standards for the development of territorial healthcare in the National Health Service. Ministerial Decree 23 May 2022, No. 77. Official Gazette of the Italian Republic, General Series No. 144, 22 June 2022. https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2022/06/22/22G00085/SG.”
- M. Mauro and M. Giancotti, “The 2022 primary care reform in Italy: Improving continuity and reducing regional disparities?,” Health Policy (New. York)., vol. 135, p. 104862, Sep. 2023, doi: 10.1016/J.HEALTHPOL.2023.104862.
- G. Cinelli and G. Fattore, “The 2022 community-based integrated care reform in Italy: From desiderata to implementation,” Health Policy (New. York)., vol. 139, p. 104943, Jan. 2024, doi: 10.1016/J.HEALTHPOL.2023.104943.
- “Nasce il primo Core Curriculum del Medico di Comunità e delle Cure Primarie: una svolta per l’assistenza territoriale – Medici Oggi.” Accessed: Sep. 22, 2026. [Online]. Available: https://medicioggi.it/news/nasce-il-primo-core-curriculum-del-medico-di-comunita-e-delle-cure-primarie-una-svolta-per-lassistenza-territoriale/








