Marco Capocasa1, Davide Venier2 e Giovanni Destro Bisol1,3
1Istituto Italiano di Antropologia, Roma, Italia
2Ricercatore indipendente, Roma, Italia
3Dipartimento di Biologia Ambientale, Sapienza Università di Roma, Roma, Italia
Introduzione
Un paziente arriva in ambulatorio con convinzioni molto precise: dopo aver letto contenuti online che richiamano uno studio scientifico, ha iniziato una dieta fortemente restrittiva o ha assunto un integratore presentato come “miracoloso”. Il lavoro, rilanciato da blog, social network o newsletter, sembra autorevole: appare su una rivista dal titolo altisonante, usa un linguaggio tecnico, contiene grafici, cita altri articoli e promette risultati chiari. Eppure, a una lettura più attenta, emergono campioni ridotti, metodi deboli, conflitti di interesse non sempre esplicitati e conclusioni molto più forti di quanto i dati consentano. Non raramente, questi contenuti derivano da articoli pubblicati in riviste prive di reali standard di revisione, riconducibili al fenomeno dei cosiddetti predatory journals.
Il punto, ovviamente, non è colpevolizzare il paziente. Nella maggior parte dei casi, infatti, chi cerca informazioni sulla salute non legge direttamente l’articolo scientifico, né possiede necessariamente gli strumenti per valutarne disegno, qualità metodologica e attendibilità editoriale. L’informazione arriva spesso già semplificata e trasformata in raccomandazione pratica da intermediari comunicativi, come influencer, consulenti non qualificati, siti commerciali, gruppi social o comunità online, che costruiscono fiducia attraverso una relazione apparentemente diretta e personale con gli utenti. La letteratura recente ha sottolineato come i media digitali possano modellare la percezione pubblica della scienza dell’alimentazione, rendendo più difficile distinguere tra conoscenza affidabile, opinione personale, marketing e pseudoscienza (Lila et al., 2025). In questo ambiente comunicativo, molti utenti finiscono per aderire più alla persona o alla comunità che traduce lo studio in promessa concreta che a una reale comprensione del significato, dei limiti e della qualità dello studio stesso.
Per questa ragione il predatory publishing non è un problema confinato al mondo accademico. Quando studi fragili o non adeguatamente revisionati entrano nel circuito mediatico, possono contribuire a generare disinformazione, alimentare false credenze e orientare scelte alimentari e terapeutiche potenzialmente dannose. In nutrizione e dietetica, dove le indicazioni scientifiche riguardano pratiche quotidiane e spesso coinvolgono persone con condizioni croniche o fragilità specifiche, e per queste ragioni spesso anche vulnerabili rispetto alla propaganda di soluzioni semplici e spacciate come miracolose, la qualità della produzione scientifica diventa a tutti gli effetti una questione di salute pubblica (Capocasa et al., 2026b).
Che cos’è il predatory publishing
Con l’espressione predatory publishing si indicano pratiche editoriali che assumono l’apparenza della comunicazione scientifica senza rispettarne i requisiti sostanziali. In particolare, riviste ed editori predatori tendono a privilegiare il proprio interesse economico o reputazionale rispetto all’avanzamento della conoscenza, ricorrendo a informazioni fuorvianti, scarsa trasparenza editoriale, procedure di revisione inadeguate o solo apparenti, sollecitazioni aggressive agli autori e promesse di pubblicazione rapida (Grudniewicz et al., 2019). Come già segnalato da Jeffrey Beall, alcuni editori sfruttano il modello Open Access chiedendo agli autori il pagamento di costi di pubblicazione senza garantire un’adeguata peer review, trasparenza editoriale o supervisione etica (Beall, 2012). Il problema, quindi, non riguarda l’Open Access in sé, ma la sua distorsione da parte di soggetti che sfruttano il pagamento delle quote di pubblicazione (Article Processing Charges, APC) senza assicurare adeguati controlli scientifici ed etici. Il risultato è la circolazione di articoli che possono apparire scientifici, ma che non hanno attraversato verifiche sufficienti sulla solidità dei metodi, sulla proporzionalità delle conclusioni e sull’integrità del processo editoriale.
È importante distinguere con chiarezza questo fenomeno dall’Open Access in quanto tale. La scienza aperta e l’accesso aperto rappresentano strumenti fondamentali per rendere la conoscenza più disponibile, favorire la circolazione delle evidenze e contrastare miti e false credenze in ambito nutrizionale (Destro Bisol et al., 2014; Capocasa e Venier, 2023; Capocasa et al., 2025, 2026a). Il problema nasce quando un modello pensato per ampliare l’accesso alla conoscenza viene trasformato seguendo una logica puramente commerciale, nella quale la rapidità della pubblicazione e il pagamento dei costi editoriali finiscono per prevalere sulla verifica della qualità scientifica.
Questa distinzione è utile anche sul piano divulgativo e operativo. Tra i segnali che possono indicare pratiche editoriali predatorie rientrano promesse di accettazione in tempi insolitamente brevi, indicatori bibliometrici difficili da verificare, costi di pubblicazione richiesti agli autori e comunicati in modo poco trasparente e procedure di revisione deboli, approssimative o assenti (Gallo e Rusconi, 2023). Il messaggio da preservare è quindi duplice: l’accesso aperto è una risorsa essenziale per la circolazione della conoscenza, ma la sua credibilità dipende dalla trasparenza editoriale, dalla qualità della peer review e dalla capacità di distinguere editori affidabili da pratiche opportunistiche.
Perché la nutrizione è un terreno particolarmente vulnerabile
La nutrizione è un ambito particolarmente esposto alla diffusione di evidenze deboli per almeno tre ragioni. La prima è la forte domanda pubblica: alimentazione, peso corporeo, integratori, prevenzione e longevità sono temi che interessano direttamente la vita quotidiana. La seconda è la grande visibilità mediatica: un risultato preliminare può diventare rapidamente, attraverso un titolo accattivante o un post virale, un’attraente alternativa a un parere medico.
La terza riguarda alcune difficoltà strutturali della ricerca nutrizionale. Studiare gli effetti degli alimenti e dei modelli alimentari sulla salute è metodologicamente difficile. Gli esiti possono manifestarsi nel lungo periodo; l’aderenza agli interventi dietetici è difficile da controllare; molte informazioni derivano da strumenti auto-riferiti; l’esposizione non riguarda una singola molecola, ma matrici alimentari, combinazioni di nutrienti, contesti di consumo, stili di vita e condizioni socioeconomiche. Inoltre, non sempre è possibile applicare alla nutrizione gli stessi standard sperimentali utilizzati in altri settori della medicina, come trial randomizzati prolungati, rigidamente controllati e facilmente generalizzabili.
In questa prospettiva, il tema del reporting, cioè il modo in cui uno studio viene descritto e documentato nell’articolo scientifico, assume un ruolo centrale. Non si tratta solo di presentare i risultati finali, ma di mettere il lettore nelle condizioni di comprendere l’intero processo di ricerca: dagli obiettivi al disegno dello studio, dalla selezione dei partecipanti alle modalità dell’intervento e del confronto, fino alla raccolta e all’analisi dei dati, alla valutazione dell’aderenza, dei limiti e delle possibili fonti di bias.
Le linee guida CONSORT (CONsolidated Standards of Reporting Trials) sono un insieme di indicazioni pensate per aiutare gli autori a descrivere in modo completo e trasparente i trial controllati randomizzati, cioè studi in cui i partecipanti vengono assegnati casualmente a un intervento oppure a un gruppo di confronto. Funzionano, in sostanza, come una “lista di controllo” che permette di riportare con chiarezza come lo studio è stato progettato, quali persone sono state coinvolte, quali risultati sono stati misurati e quali limiti devono essere considerati. Questo è importante perché uno studio può essere valutato correttamente solo se il lettore dispone di informazioni sufficienti per capire come è stato condotto. Tuttavia, la ricerca nutrizionale presenta caratteristiche specifiche che hanno reso necessaria un’estensione dedicata, il CONSORT-NUT, pensata per adattare questi principi ai trial in ambito nutrizionale (Pasqua e Gallo, 2023).
Gli interventi dietetici, infatti, possono riguardare alimenti, nutrienti, integratori, consigli nutrizionali o cambiamenti comportamentali; inoltre, quando si sostituisce un alimento con un altro, non cambia un solo elemento della dieta, ma si modifica contemporaneamente l’apporto di più nutrienti e componenti bioattivi. Per questo motivo, se l’intervento, il gruppo di confronto, l’aderenza dei partecipanti e gli esiti valutati non sono descritti in modo sufficientemente dettagliato, diventa più difficile giudicare la solidità dei risultati e trasformarli in raccomandazioni realmente affidabili. Un successivo approfondimento sul CONSORT-NUT ha ribadito che, nella ricerca nutrizionale, il valore pratico degli studi dipende non solo dal loro disegno sperimentale, ma anche dalla precisione con cui metodi, risultati e limiti vengono resi comprensibili e verificabili (Pasqua e Gallo, 2025). Questo punto è particolarmente rilevante nel discorso sul predatory publishing, perché la cattiva qualità editoriale può sommarsi a un reporting incompleto, favorendo interpretazioni eccessive, messaggi mediatici semplificati e applicazioni cliniche premature. Al contrario, standard condivisi di reporting aiutano a rendere più controllabile il passaggio dalla ricerca alla pratica, riducendo lo spazio per affermazioni sensazionalistiche non adeguatamente fondate.
Queste caratteristiche non indeboliscono il valore della ricerca nutrizionale, ma impongono cautela nell’interpretazione. Studi osservazionali, trial di breve durata, campioni selezionati o outcome surrogati possono fornire indicazioni utili; diventano però problematici quando vengono trasformati in affermazioni assolute, messaggi prescrittivi o promesse semplicistiche. In questo passaggio la comunicazione digitale svolge un ruolo decisivo: contenuti scientificamente fragili possono essere semplificati e amplificati fino a sembrare più certi e applicabili di quanto siano realmente, come mostra in modo emblematico il caso dello studio sul cioccolato e il dimagrimento descritto nel Box 1.
Una dimostrazione particolarmente istruttiva di come uno studio metodologicamente insufficiente possa essere pubblicato e poi trasformato in una notizia attraente per il pubblico viene dall’operazione ideata dal giornalista scientifico John Bohannon (vedi Colhoun, 2015 per un resoconto). Egli riuscì a far pubblicare il lavoro dal titolo “Chocolate with high cocoa content as a weight-loss accelerator” sulla rivista International Archives of Medicine, usando come affiliazione un inesistente “Institute of Diet and Health” con sede a Mainz (Germania).
La “ricerca” sosteneva che il consumo quotidiano di cioccolato fondente poteva accelerare il dimagrimento in soggetti che seguivano una dieta a basso contenuto di carboidrati. Il lavoro non fu generato artificialmente né interamente inventato, ma basato su un piccolo trial con soggetti reali. Tuttavia, i dati furono ottenuti adottando un disegno sperimentale inadeguato e facendo un uso strumentale degli strumenti statistici, in modo da arrivare a una conclusione di potenziale impatto mediatico.
L’operazione intendeva mostrare come un articolo debole, ma presentato sotto forma di una pubblicazione scientifica, potesse essere rilanciato acriticamente da comunicati stampa e media digitali fino a raggiungere il grande pubblico con un messaggio semplice e immediatamente applicabile: “il cioccolato aiuta a dimagrire”.
Dopo la pubblicazione, Bohannon e coautori costruirono il sito dell’“Institute of Diet and Health”, con comunicati stampa in tedesco e in inglese, produssero materiale promozionale e riuscirono a divulgare e ottenere recensioni positive attraverso media tedeschi (e.g. Bild, Huffington Post Germania e Cosmopolitan Germania) e internazionali (Daily Star, Irish Examiner, Times of India e la popolare rivista statunitense Shape). Gli effetti, peraltro, non furono limitati allo spazio mediatico; il lavoro fu citato come fonte di evidenza da sette articoli in riviste scientifiche, quattro delle quali dotate di Impact Factor, anche dopo che i suoi limiti metodologici erano stati resi pubblici (Colhoun, 2015; Koerber et al., 2023).
In definitiva, questo caso dimostra come in nutrizione, dove il confine tra informazione scientifica, consiglio pratico e promessa commerciale è spesso sfumato, sia reale il rischio che uno studio non vagliato in modo rigoroso possa arrivare a favorire scelte alimentari percepite come “fondate sulla scienza”, ma in realtà inefficaci o, in alcuni casi, potenzialmente dannose.
Dalla rivista al paziente: i rischi clinici e comunicativi
Il caso descritto nel Box 1 illustra un meccanismo più generale: il rischio principale del predatory publishing non è soltanto la presenza di articoli di bassa qualità nel panorama scientifico, ma la loro capacità di penetrazione nella pratica quotidiana attraverso canali informali e ad alta diffusione. Uno studio debole su una dieta restrittiva, su un integratore o su un protocollo nutrizionale può essere rilanciato come conferma definitiva di un beneficio, perdendo lungo il percorso tutte le cautele che dovrebbero accompagnare l’interpretazione dei dati.
Per i pazienti, questo può tradursi in una falsa percezione di sicurezza o efficacia. Una dieta priva di adeguata base scientifica può favorire carenze, peggiorare il rapporto con il cibo o interferire con percorsi terapeutici già in atto. Un integratore presentato come naturale e quindi implicitamente innocuo può essere assunto senza valutare dosaggi, interazioni, controindicazioni o reale necessità. Il rischio è maggiore per soggetti fragili, persone con malattie croniche, adolescenti, anziani o pazienti già esposti a percorsi alimentari complessi.
Per i professionisti, il problema è l’inquinamento dell’ecosistema informativo. Medici, dietisti e nutrizionisti si trovano sempre più spesso a dover discutere contenuti che il paziente percepisce come scientifici perché “pubblicati” o perché ripetuti da figure considerate autorevoli online. Questo può complicare il counseling nutrizionale, limitare lo spazio dedicato all’ascolto e alla personalizzazione dell’intervento e rendere più difficile costruire un percorso basato su evidenze solide, obiettivi realistici e decisioni condivise.
A livello di salute pubblica, evidenze di bassa qualità possono contribuire alla diffusione di raccomandazioni inappropriate, narrative mediatiche fuorvianti e percezioni collettive non supportate. La letteratura sulla fiducia nella scienza ha evidenziato che la circolazione di contenuti sanitari non verificati può indebolire il rapporto tra cittadini, istituzioni e comunità scientifica (Garza et al., 2019; Swire-Thompson and Lazer, 2022). Quando risultati inizialmente presentati come rivoluzionari vengono poi smentiti o ridimensionati, una parte del pubblico può interpretare la correzione scientifica non come un segno di rigore, ma come prova di inaffidabilità complessiva della scienza.
Un problema anche strutturale: ricercatori, costi e disuguaglianze editoriali
Il predatory publishing prospera anche su debolezze strutturali del sistema della ricerca. La pressione a pubblicare rapidamente, spesso riassunta nella formula “publish or perish”, può rendere più vulnerabili giovani ricercatori e studiosi con minore supporto istituzionale. A ciò si aggiungono barriere linguistiche, scarsa formazione editoriale, limitata disponibilità di mentoring e disuguaglianze economiche tra contesti di ricerca (Azam and Perveen, 2024).
Un aspetto particolarmente rilevante riguarda i ricercatori dei Paesi a basso e medio reddito (Capocasa et al., 2026b). Proprio in molti di questi contesti si concentrano sfide nutrizionali di grande importanza, dalla food insecurity e dalla malnutrizione in tutte le sue forme, ancora documentate dai principali rapporti internazionali su sicurezza alimentare e nutrizione, alla transizione verso alimenti ultra-processati e di bassa qualità, sempre più rilevante anche nei Paesi a basso e medio reddito (FAO et al., 2024; Popkin e Laar, 2025). Tuttavia, gli elevati costi richiesti agli autori per la pubblicazione degli articoli da alcune riviste autorevoli, indipendentemente dalla qualità della ricerca, possono limitare l’accesso a canali editoriali solidi. In questo scenario, offerte apparentemente più economiche, rapide o flessibili da parte di riviste predatorie possono risultare più attraenti, pur finendo per danneggiare la riconoscibilità e l’impatto di contributi scientifici legittimi (Capocasa et al., 2026b). Il problema, quindi, non può essere ridotto alla responsabilità individuale dell’autore che “sceglie male” la rivista. È necessario interrogarsi anche sui meccanismi di valutazione accademica, sui costi di pubblicazione, sulla distribuzione delle risorse e sulla capacità delle istituzioni di accompagnare i ricercatori in scelte editoriali corrette. Un sistema che premia soprattutto quantità e rapidità rischia di alimentare indirettamente le stesse dinamiche che dichiara di voler contrastare.
Come riconoscerlo e quali strumenti usare per difendersi
La prima forma di prevenzione consiste nel ricordare che “pubblicato” non significa necessariamente “affidabile”. Questa consapevolezza è utile ai ricercatori, ma anche ai professionisti sanitari che leggono articoli scientifici, valutano materiali portati dai pazienti o devono interpretare notizie rilanciate dai media. In nutrizione, dove una singola affermazione può essere rapidamente tradotta in comportamento alimentare, la verifica della fonte è parte integrante della responsabilità professionale.
Strumenti pratici come Think. Check. Submit. offrono checklist sintetiche per valutare l’affidabilità di riviste ed editori, invitando gli autori a controllare la chiarezza del processo di peer review, la trasparenza dei costi, la riconoscibilità dell’editore, la composizione del comitato editoriale e l’eventuale presenza in repertori affidabili (Bhatt, 2021; Lopez e Gaspard, 2020; Think. Check. Submit., 2025). Anche il Directory of Open Access Journals e le indicazioni del Committee on Publication Ethics possono aiutare a orientarsi in modo più consapevole, pur senza sostituire il giudizio critico.
Liste di riviste affidabili e liste di editori sospetti possono essere utili, ma non sono infallibili. Anche database consolidati possono presentare zone grigie o essere vulnerabili a trasformazioni editoriali nel tempo, come mostrano i casi di riviste acquisite e poi progressivamente orientate verso pratiche meno rigorose (Chawla, 2025). Per questo motivo, accanto agli strumenti di consultazione, servono competenze valutative: sapere leggere lo scope della rivista, verificare la coerenza degli articoli pubblicati, valutare la trasparenza del sito, controllare l’indicizzazione effettiva e considerare la reputazione nel campo specifico (Soteropulos e Poore, 2021).
La valutazione della rivista, tuttavia, non basta. È necessario valutare anche lo studio: il campione è adeguato? Il disegno è coerente con la domanda di ricerca? I risultati sono presentati in modo proporzionato? I limiti sono discussi con onestà? I conflitti di interesse sono dichiarati? Le conclusioni propongono un’eccezione sensazionalistica rispetto alle conoscenze consolidate? Queste domande sono decisive soprattutto in nutrizione, dove risultati preliminari possono essere rapidamente trasformati in messaggi semplici, virali e fuorvianti.
Lo sviluppo di sistemi automatici e basati sull’intelligenza artificiale per individuare riviste predatorie rappresenta un ulteriore ambito di interesse (Chen et al., 2023). Anche questi strumenti, però, devono essere considerati supporti e non sostituti della responsabilità professionale e istituzionale. La qualità dell’informazione scientifica richiede una combinazione di competenze individuali, infrastrutture affidabili e cultura della trasparenza.
Una risposta collettiva
Contrastare il predatory publishing richiede un’azione coordinata tra ricercatori, istituzioni accademiche, riviste, editori e agenzie di finanziamento (Capocasa et al., 2026b). Le università e le società scientifiche dovrebbero inserire moduli di formazione sull’editoria scientifica nei percorsi di dottorato, nella formazione continua e nelle attività rivolte ai professionisti sanitari. Biblioteche accademiche e associazioni professionali possono svolgere un ruolo essenziale nel fornire guide, consulenze, alert e strumenti per riconoscere pratiche editoriali sospette (Lopez e Gaspard, 2020).
Anche le istituzioni di ricerca devono rivedere i criteri di valutazione, privilegiando rigore, trasparenza e qualità rispetto al semplice numero di pubblicazioni. Inviti a revisioni rapidissime, promesse di accettazione in tempi irrealistici o offerte di ruoli editoriali legati a sconti e vantaggi economici dovrebbero essere interpretati come segnali di allarme, non come opportunità di carriera. La comunità scientifica deve poter rifiutare queste pratiche senza temere penalizzazioni in termini di produttività apparente.
Le riviste e gli editori affidabili, dal canto loro, hanno la responsabilità di mantenere standard editoriali rigorosi e processi trasparenti. Rendere più chiari tempi di peer review, tassi di accettazione, politiche sui conflitti di interesse e criteri per special issues può aiutare a distinguere le sedi editoriali serie da quelle orientate soltanto al volume di pubblicazione. Allo stesso tempo, è necessario affrontare il nodo dei costi: waiver completi o parziali, criteri non stigmatizzanti per gli autori senza fondi e modelli non basati su APC possono ridurre la vulnerabilità verso offerte predatorie.
Le agenzie di finanziamento possono contribuire stabilendo criteri chiari per l’uso dei fondi destinati alla pubblicazione, promuovendo riviste pre-valutate, sostenendo modelli Diamond Open Access e iniziative cooperative come Sponsoring Consortium for Open Access Publishing in Particle Physics (SCOAP3) o Open Library of Humanities (OLH) (Eve e Edwards, 2015; cOAlition S, 2019; InterAcademy Partnership, 2020; Kohls e Mele, 2018; Kuchma e Ševkušić, 2024). Alcune analisi hanno inoltre discusso la possibilità di porre limiti ai budget per APC, per orientare gli autori verso una valutazione più equilibrata tra prestigio, costi e qualità editoriale (Gorelick e Li, 2021). Anche gli accordi trasformativi, pur utili in alcuni contesti, devono essere monitorati criticamente perché possono riprodurre nuove forme di dipendenza economica (Rothfritz et al., 2024).
Considerazioni conclusive
Il predatory publishing non è una questione marginale della vita accademica, ma il sintomo di fragilità più ampie nella comunicazione scientifica contemporanea. In nutrizione e dietetica, dove affermazioni apparentemente tecniche possono influenzare abitudini quotidiane, scelte terapeutiche e percezioni collettive della salute, le conseguenze possono essere particolarmente rilevanti sul piano pratico e sanitario.
La cattiva scienza diventa un rischio quando un articolo fragile viene pubblicato senza controlli adeguati, quando viene amplificato senza contesto e quando viene trasformato in consiglio pratico da intermediari che ne accentuano il potenziale seduttivo. Per questo la risposta deve essere duplice: rafforzare la qualità del processo editoriale e migliorare la capacità di comunicare evidenze complesse in modo chiaro, onesto e responsabile.
Servono spirito critico, formazione, strumenti di verifica, modelli editoriali più equi e una maggiore responsabilità collettiva nella produzione e diffusione dell’informazione scientifica. In nutrizione, proteggere la qualità della pubblicazione scientifica significa anche proteggere la qualità delle decisioni che pazienti, professionisti e cittadini prendono ogni giorno sulla propria salute.
Ringraziamenti
Questo lavoro è stato realizzato con il supporto dell’Istituto Italiano di Antropologia (https://www.isita-antropologia.it/).
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