Professoressa Trabace, lei è membro del Comitato del Prix Galien Italia. Che ne pensa dell’innovazione in ambito farmacologico? Come è cambiata la ricerca nel corso degli ultimi anni, a suo modo di vedere?
L’innovazione nel settore farmaceutico è un campo in continua ed incessante evoluzione, con progressi che negli anni hanno permesso di trasformare radicalmente la terapia. In particolare, tra le innovazioni più incisive possiamo citare i farmaci biologici ed i biosimilari, le terapie geniche e cellulari, le nanotecnologie, l’utilizzo dell’intelligenza artificiale, la medicina di precisione e personalizzata. In altri termini, l’innovazione farmaceutica ha aperto nuove frontiere e lanciato nuove sfide in campo medico.
Negli ultimi anni, la ricerca in ambito farmacologico ha subito trasformazioni profonde e significative, grazie ai notevoli progressi tecnologici disponibili e grazie ad una migliore e più approfondita comprensione delle basi molecolari delle malattie. Siamo, infatti, oggi in grado di avanzare verso un approccio terapeutico più personalizzato, che tiene conto, ad esempio, delle peculiarità genetiche ed ambientali dei singoli pazienti. Ciò ha consentito di arrivare allo sviluppo di farmaci mirati, progettati per interagire con specifici bersagli molecolari responsabili della patologia. Grazie alle nuove tecnologie, come la wearable technology, oggi sono disponibili dispositivi indossabili, grazie ai quali è possibile raccogliere dati in tempo reale dai pazienti e, anche grazie a piattaforme digitali performanti, tutto ciò consente di migliorare l’efficienza, ad esempio, delle sperimentazioni cliniche.
In che modo il Prix Galien Italia contribuisce a promuovere l’innovazione nel settore farmaceutico e quali sono gli obiettivi principali del comitato di cui fa parte?
Il Prix Galien, considerato oggi l’equivalente del premio Nobel per il settore farmaceutico, svolge un ruolo cruciale nel promuovere l’innovazione nel settore farmaceutico. Funge da catalizzatore per l’innovazione, attraverso la valorizzazione dell’eccellenza, sostenendo la ricerca scientifica e promuovendo la collaborazione. Inoltre, conferisce prestigio e visibilità ai vincitori, incentivando così i ricercatori stessi a percorrere la strada dell’eccellenza nell’innovazione e le aziende ad investire in ricerca e sviluppo.
Il Comitato indipendente di Esperti di cui mi onoro di far parte ha l’obbiettivo, attraverso l’analisi delle candidature, di valutarne il potenziale d’impatto e l’innovazione nel miglioramento dell’accesso alle terapie per i pazienti. Il Comitato ha, in definitiva, il compito di riconoscere e celebrare la promozione della cultura dell’eccellenza nella ricerca farmacologica in Italia, attraverso l’identificazione di nuove strategie terapeutiche.
Lei si è occupata molto anche della medicina di genere: ce ne può spiegare l’importanza in particolare nell’ambito della ricerca farmacologica, in particolare su come questa disciplina possa influire sulla personalizzazione delle terapie?
La medicina di genere, e nello specifico la Farmacologia e la Tossicologia di genere, sono fondamentali in un percorso di personalizzazione delle terapie. È ormai noto ed indiscutibile quanto le peculiarità biologiche e le caratteristiche socio-culturali di ogni individuo influenzino la risposta ai farmaci. La dettagliata presa in carico delle suddette differenze è essenziale per garantire la dovuta efficacia e la sicurezza dei farmaci. In particolare, l’applicazione della farmacologia e tossicologia di genere all’interno prima delle sperimentazioni precliniche e cliniche, poi della pratica clinica, porta a una maggiore appropriatezza delle cure, evitando trattamenti inefficaci e/o dannosi e riducendo al contempo i costi sanitari. È questa la giusta via per garantire terapie personalizzate e sicure e per migliorare la qualità della vita dei pazienti.
Quali sono le principali differenze che ha osservato negli effetti dei farmaci tra uomini e donne, e come queste differenze influenzano le terapie cliniche?
Le differenze di sesso e di genere negli effetti dei farmaci sono significative e possono avere un impatto importante sulle terapie cliniche. La letteratura scientifica ha evidenziato importanti differenze sia da un punto di vista farmacocinetico che farmacodinamico. In particolare, donne e uomini differiscono in termini di assorbimento, distribuzione, metabolismo ed eliminazione (ad es. diversi tempo di svuotamento gastrico, pH, quantità e distribuzione di grasso corporeo, concentrazione di proteine plasmatiche, isoforme del citoscromo P450, peso, superficie corporea etc) degli xenobiotici. Differiscono anche per meccanismi d’azione specifici dei farmaci. Tutto ciò influenza non solo l’efficacia, ma anche la tossicità. A tale riguardo, è noto ad es. che le donne possono rispondere in modo diverso agli antipertensivi e agli anticoagulanti rispetto agli uomini, così come i farmaci utilizzati nel controllo del dolore possono agire in maniera differenziata. Allo stesso tempo, alcuni effetti collaterali si sviluppano prevalentemente in un sesso rispetto all’altro.
Qual è l’importanza della personalizzazione delle terapie nel contesto della medicina di genere, e come il suo lavoro contribuisce a questo obiettivo?
La personalizzazione delle terapie permette di individuare il corretto farmaco alla specifica persona nel giusto momento. È possibile, quindi, adattare il dosaggio, il tipo di farmaco e la durata del trattamento alle esigenze specifiche di ciascun paziente, massimizzando l’efficacia e limitando lo sviluppo di effetti collaterali, riducendo così il rischio di fallimento terapeutico. Sia da un punto di vista di ricerca preclinica che clinica, siamo impegnati a cercare di diffondere la corretta metodologia di approccio allo studio delle differenze di sesso e genere.
Qual è il ruolo dell’Università di Foggia nella promozione delle discipline STEM tra le giovani donne, e quali iniziative sono state implementate in questo senso?
Gli scenari, nazionale ed internazionale, relativi alla scelta dei percorsi di istruzione secondaria superiore ed universitari mettono in evidenza come, malgrado l’importanza delle discipline STEM sia sempre più riconosciuta nell’ambito dell’istruzione scolastica e delle prospettive professionali delle fasce di popolazione più giovane, esista ancora oggi una significativa disparità di genere, a svantaggio delle ragazze. Le cause alla base di tale fenomeno possono essere attribuite a diversi aspetti, come, ad esempio, gli stereotipi di genere, i condizionamenti sociali, una ridotta presenza di modelli di riferimento femminili che possano supportare ed incoraggiare le giovani donne a scegliere un percorso professionale nell’ambito delle discipline STEM, così come l’ambiente scolastico il quale, in alcuni casi, non sempre riesce a garantire un equo accesso a tali discipline. Ed è proprio su quest’ultimo aspetto che l’Università di Foggia sta concretamente agendo al fine di promuovere le discipline STEM tra le giovani donne, attraverso il percorso “Progettare il futuro con le STEM: pensiero scientifico e sfide del futuro”. Cerchiamo così di promuovere lo sviluppo di specifiche competenze quali, ad esempio, l’attitudine al pensiero logico e critico, la mentalità scientifica, la valorizzazione dell’errore, l’importanza del rigore metodologico, della condivisione delle conoscenze acquisite mediante la ricerca e del lavoro di squadra che possa coinvolgere, in maniera equa, ciascuna e ciascuno.
Lei è presidente del Comitato Unico di Garanzia (CUG) dell’Università degli Studi di Foggia. Il CUG è un organismo previsto dalla normativa italiana, specificamente dall’art. 57 del D. Lgs. 165/2001 e ha come obiettivo principale quello di garantire le pari opportunità, promuovere il benessere dei lavoratori e contrastare qualsiasi forma di discriminazione all’interno delle amministrazioni pubbliche, comprese le università. In che modo la sua esperienza come presidente del CUG ha influenzato le politiche di genere all’interno dell’Università di Foggia?
Il CUG è molto attento nel garantire le pari opportunità. Abbiamo messo in atto numerose iniziative non solo per sensibilizzare la comunità ma anche per offrire un valido supporto alle nostre studentesse ed ai nostri studenti. Solo per citarne alcune, grazie al CUG, nel nostro Ateneo le vittime di violenze di genere godono dell’esonero totale delle tasse universitarie al fine di impedire, da un lato, l’abbandono degli studi universitari nei contesti di allontanamento dal nucleo familiare e, dall’altro, che la paura di non poter completare gli studi fosse un deterrente alla denuncia.
Abbiamo lanciato un contest a premi per studenti volto alla diffusione attraverso i social media della cultura del rispetto (#diffondiAMOilrispetto) al fine di sensibilizzare tutta la popolazione studentesca. Sempre con un occhio attento alle politiche di genere, abbiamo chiesto, ed ottenuto, che l’Ateneo si dotasse di un regolamento a garanzia del linguaggio di genere. Abbiamo attivato la carriera alias, abbiamo lanciato campagne di screening per la prevenzione del tumore ai testicoli e della cervice uterina, e tanto altro.
Come vede l’evoluzione della presenza femminile nelle carriere scientifiche e accademiche in Italia, e quali passi ritiene siano necessari per migliorare questa situazione?
In Italia, ancora oggi esiste un importante divario in tema di indirizzi di studio e di possibilità di carriera, e ad essere penalizzate nei percorsi universitari sono soprattutto le donne. In misura significativa, è aumentato il numero di studenti, soprattutto donne, che hanno avuto accesso all’istruzione universitaria. Nonostante, però, i dati indichino una maggiore presenza femminile nell’istruzione universitaria, si evidenzia un divario di genere per quanto riguarda gli ambiti di studio scelti. Allo stesso modo, si osserva un divario di genere rispetto all’accesso alle posizioni apicali, o comunque di rilievo in ambito accademico, all’interno delle carriere accademiche dove le donne, pur rilevandosi un modesto incremento negli anni, restano in numero notevolmente inferiore.
Al fine di ridurre le persistenti disuguaglianze, sarebbe necessario contrastare gli stereotipi di genere, sostenere la conciliazione tra la carriera accademica e la vita personale, promuovendo la parità delle opportunità. Per fare ciò, è indispensabile un serio impegno congiunto da parte di istituzioni, università e società civile, per superare gli ostacoli culturali e strutturali che ancora fortemente limitano il potenziale dell’universo femminile.
Può parlarci delle sue esperienze nella ricerca sulla malattia di Alzheimer e dei progressi che ha fatto nel comprendere i neurotrasmettitori coinvolti?
Assieme ad altre linee di ricerca, da diversi anni siamo impegnati nella ricerca di nuove strategie terapeutiche nel trattamento del morbo di Alzheimer e nella più approfondita comprensione delle alterazioni dei meccanismi molecolari alla base della patologia. Grazie all’utilizzo di modelli animali di tossicità da beta amiloide, sviluppati e caratterizzati, sia da un punto di vista comportamentale che biomolecolare nel nostro laboratorio, abbiamo potuto mettere in evidenza come, prima ancora che nel cervello si sviluppino aggregati di beta amiloide, gli animali sviluppano una sindrome simil-depressiva associata ad alterazioni di alcuni fattori di crescita cerebrali e di specifici neurtrasmettitori. A tale riguardo, alcuni studi clinici suggeriscono che la depressione e l’Alzheimer sono interconnessi in modo significativo, al punto che è stato ipotizzato che la depressione rappresenta un fattore di rischio e una manifestazione precoce della malattia di Alzheimer. I sintomi neuropsichiatrici possono derivare da cambiamenti neurobiologici in aree cerebrali specifiche e possono essere considerati prodromici di demenza.
Abbiamo, inoltre, dimostrato nello stesso modello animale che la somministrazione di classi diverse di farmaci ad attività antidepressiva comporta una riduzione dei livelli plasmatici di beta amiloide solubile, aprendo così nuove ipotesi di meccanismi d’azione a carico dei farmaci antidepressivi.
Che ne pensa delle recenti terapie innovative per l’Alzheimer, da aducanumab a lecanemab?
Sebbene la ricerca sull’Alzheimer sia in continua evoluzione e negli ultimi anni siano stati sviluppati nuovi farmaci che offrono speranza per il trattamento di questa malattia neurodegenerativa, è importante sottolineare che ad oggi non esiste ancora una cura definitiva per la malattia. Tuttavia, recenti terapie innovative, come aducanumab e lecanemab hanno suscitato particolare interesse. Sono entrambi anticorpi monoclonali che mirano a rimuovere le placche di beta-amiloide. In particolare, sebbene l’indicazione per lecanemab sia ristretta, esso offre ai pazienti un’opzione di trattamento per rallentare la progressione della malattia e preservare la loro qualità di vita. Inoltre, lecanemab sembra avere un profilo di sicurezza migliore rispetto ad aducanumab.
Il Prix Galien Italia storicamente valorizza e promuove le attività di giovani ricercatrici e ricercatori emergenti. Quale messaggio vorrebbe trasmettere in particolare alle giovani ricercatrici che aspirano a intraprendere una carriera nel campo della farmacologia e della ricerca clinica?
Chi aspira ad intraprendere la carriera della ricerca ha già di fatto preso una decisione importante per la propria vita. La difficoltà, poi, di riuscire a realizzare i propri propositi è, almeno in Italia, sotto gli occhi di tutti. Per questo, il suggerimento che mi sento di offrire, soprattutto ma non solo alle giovani donne, anche sulla base della mia esperienza, è: siate coraggiose/i, siate intraprendenti, siate protagoniste/i del vostro futuro e “quando siete felici, fateci caso”.







