Qual è stato il percorso professionale che l’ha portata a diventare Direttore dell’Unità Operativa Semplice di Chirurgia Oncologica Faringo-Laringea presso l’Azienda Ospedaliera Universitaria di Parma?

Mi chiamo Giovanni Paolo Santoro (da sempre chiamato Giampaolo), ho 48 anni, sono originario di Sava, paese a vocazione agricola in provincia di Taranto. Dopo la maturità Classica presso il liceo Classico V. Lilla di Francavilla Fontana (BR), ho fatto i miei studi universitari a Siena: laurea in medicina e chirurgia, specializzazione in Otorinolaringoiatria e dottorato di ricerca in Biomedicina e Scienze Immunologiche.
Il mio primo incarico di lavoro nel SSN è stato all’ospedale di Savigliano (CN) poi ho cambiato diversi ospedali: AOU Senese, Ospedale di Mondovì (CN), AOU Careggi di Firenze dove ho lavorato per 10 anni. Da cinque anni lavoro per l’AOU di Parma nel reparto di Otorinolaringoiatria e dal momento che la mia attività principale è la chirurgia, soprattutto oncologica, del distretto testa-collo, sono stato incaricato di dirigere una UOS di Chirurgia Oncologica Faringo-Laringea. Se volete, potete seguirmi su Instagram al profilo @otorinolaringoantartide
Ha menzionato che, alla soglia dei 50 anni, ha sentito la necessità di uscire dalla sua “comfort zone” e mettersi alla prova in un ambiente estremo come l’Antartide. Cosa l’ha spinta a prendere questa decisione e come si è sviluppato il processo che l’ha portata a partecipare alla missione?
Mi trovo qui in Antartide per puro caso, non avevo mai pensato di poter visitare né tantomeno di poter esercitare la mia professione in questo posto. Una sera di questa estate, uscito dal lavoro dopo un lungo e complicato intervento chirurgico, ero in auto in coda ad un semaforo quando ho sentito distrattamente della selezione da un programma radiofonico. Ho iniziato a fantasticare su come potesse essere stimolante poter cambiare, anche se solo per un breve periodo, la propria vita in maniera così radicale. Ho pensato a quanto sarebbe stato esclusivo poter visitare un posto così estremo e accessibile solo a poche persone. Ho pensato che sono rare nella vita occasioni del genere e che bisogna avere il coraggio di provare a viverle. Ho pensato: quando mi ricapita!
Vorrei sottolineare che sono soddisfatto della mia vita e del mio lavoro; ho la fortuna di fare ciò che ho sempre sognato da piccolo in un ambiente sereno e stimolante e ricevo continue gratificazioni dai colleghi e soprattutto dai miei pazienti. Da oltre 15 anni però, da quando ho iniziato a confrontarmi con pazienti oncologici, ammetto che il carico di responsabilità ed emotivo è diventato sempre maggiore e logorante. Sentivo di aver bisogno di prendere una pausa per poter smaltire il carico di scorie che mi portavo dentro per ritornare a confrontarmi con gli altri ma anche con me stesso con più leggerezza.
Poi ho una venerazione sconfinata per la Natura, per quello che può creare e che può distruggere soprattutto nella sua versione incontaminata che ormai si può trovare in pochi posti sulla terra. Ho passato la mia infanzia a guardare documentari, sognare di viaggiare in posti lontani e diversi e finalmente mi è capitata l’occasione di venire nel posto più remoto, più isolato e più estremo che ci sia sulla terra, molto simile a quello che si potrebbe trovare su un altro pianeta.
Prima della partenza, di norma chi parte partecipa a un corso di addestramento presso strutture specializzate? Che tipo di formazione ha ricevuto prima del suo viaggio in Antartide?
Durante queste giornate oltre che esercitazioni di primo soccorso sanitario e antincendio vengono insegnate procedure per recuperare un uomo in mare, rudimenti di arrampicata in corda e come utilizzare una biscaglina. Si viene inoltre addestrati ad allestire un campo remoto e a trascorrere qualche giorno di convivenza in tenda nutrendosi con cibo da campo. Io ho effettuato un breve corso di formazione alla sede dell’ENEA di Casaccia (RM) dove fra l’altro sono stato edotto sulle leggi del Trattato Antartico. Successivamente ho seguito delle lezioni messe a disposizione online.
Ha descritto che le patologie più comuni riscontrate presso la base Mario Zucchelli includono traumi, piccole ferite e infiammazioni delle vie aeree e oculari dovute all’aria secca e ai venti forti. Può approfondire come gestisce queste condizioni con le risorse mediche disponibili in un ambiente così remoto?
L’equipe sanitaria della base è composta da due medici (solitamente un anestesista e un chirurgo) e un infermiere. La nostra attività è molto diversa da quella alla quale siamo abituati in ambito ospedaliero. Dobbiamo fare del nostro meglio con le attrezzature e i presidi disponibili e soprattutto non abbiamo la possibilità di eseguire tutte le indagini diagnostiche o le consulenze multi specialistiche a cui siamo abituati. Possiamo eseguire esami strumentali quali ECG, ecografie e RX, e dosaggi ematici di base quali emocromo, elettroliti e enzimi cardiaci.
Fortunatamente le patologie che abbiamo dovuto trattare fino ad ora sono state poco gravi. Considerando le numerose attività di cantiere della base abbiamo gestito traumatismi e piccole ferite da suturare. Frequenti sono anche patologie delle prime vie aeree e oculari dovute ad un’aria particolarmente secca e vento forte che facilitano l’insorgenza di infiammazioni di naso e gola e occhi. Abbiano avuto qualche caso di bronchite, ipertensione, aritmie, ustioni, e lesioni da freddo. Abbiamo una discreta scorta di farmaci e materiale sanitario che ogni anno vengono reintegrati.
Ovviamente siamo pronti a fronteggiare anche situazioni più gravi se dovessero capitare. Abbiamo anche una sala operatoria con lo strumentario per eseguire eventuali procedure urgenti anche in anestesia generale. In casi estremi, dopo aver effettuato le cure possibili sul luogo e aver stabilizzato il paziente, possiamo attivare il protocollo di MedEvac ossia il servizio di trasporto di persone ferite in aerei attrezzati fino all’ospedale più vicino che si trova in Nuova Zelanda. Bisogna considerare però che il paziente potrebbe arrivare non prima di 10-12 ore.
Può condividere un caso clinico particolare affrontato durante la missione che potrebbe offrire spunti utili ai medici che operano in ambienti estremi o isolati o in condizioni di emergenza?
Può sembrare una banalità ma anche un piccolo problema odontoiatrico qui può essere di difficile gestione. Per questo tutti coloro che vengono qui in missione devono essere sottoposti a scrupolose visite fisiche e psico-attitudinali presso l’IMAS (Istituto di Medicina Aerospaziale) di Roma o di Milano. Fra queste c’è una visita odontoiatrica con panoramica dentaria. Purtroppo ad uno dei partecipanti era saltata un’otturazione ed aveva iniziato ad avere forte odontalgia. Lo abbiamo trattato con una pasta per otturazioni provvisoria che ha evitato che la cavità si infettasse o vi si depositassero all’interno dei residui di cibo in attesa di sottoporsi poi all’otturazione professionale dal dentista.
La base Mario Zucchelli ospita una comunità internazionale di ricercatori e tecnici. Come si svolge la collaborazione interdisciplinare e internazionale nella gestione delle attività quotidiane e delle emergenze mediche?
Nella base sei a stretto e obbligato contatto con una variegata rappresentanza di persone delle più disparate provenienze, professioni, idee e passioni. Questo aspetto è sicuramente uno dei più stimolanti della missione perché ti permette di poter mettere al servizio degli altri le tue conoscenze e competenze e ricevere a tua volta l’aiuto altrui. Ad esempio, per la mia professione, mi è stato chiesto da degli scienziati zoologi di assisterli ed aiutarli a fare dei prelievi ematici e a sezionare alcuni pesci antartici per studiare la loro capacità di adattamento alle gelide acque del mare glaciale. Mi sono così ritrovato a fare cose che non avrei mai pensato di fare nella mia vita potendo a mia volta scoprire particolari di anatomia comparata interessanti per il mio lavoro come il lobo olfattorio molto sviluppato di questi pesci o di come il loro sangue sia biancastro perché privo di emoglobina.
Quali sono le principali difficoltà e i benefici di lavorare in un team così eterogeneo in un ambiente estremo?
L’equipe sanitaria è composta solo da personale italiano, tuttavia non ci conoscevamo prima di venire qui così come non conoscevamo il posto e le attrezzature disponibili. Questo ha inevitabilmente portato a un minimo di difficoltà e laboriosità nei primi giorni della missione. Tuttavia in un luogo chiuso come questa base la continua frequentazione delle persone e l’utilizzo giornaliero di apparecchiature permette di affiatarsi e rodare velocemente tutte le procedure.
In un contesto isolato come l’Antartide, la telemedicina ha avuto un ruolo nella gestione dei pazienti? Se sì, quali strumenti e protocolli sono stati utilizzati?
A volte ci siamo confrontati telefonicamente o in videochiamata con colleghi in Italia ai quali chiediamo pareri su casi più specifici. Ciò è reso possibile dal fatto che qui nella base abbiamo un’ottima copertura internet satellitare. Preziosi sono stati i consigli dei radiologi ai quali abbiamo sottoposto alcuni RX più dubbi. Interessante è stata l’esecuzione di una ecografia ad una ragazza con dolore pelvico che abbiamo eseguito in diretta con una collega ginecologa che dall’Italia ci guidava su come eseguire la procedura per permettergli di visualizzare le strutture potenzialmente coinvolte. L’unica difficoltà tecnica della telemedicina è stata quella di gestire la differenza di fuso-orario che qui è di +12 ore rispetto all’Italia.
Ritiene che le soluzioni tecnologiche adottate durante la missione possano essere applicate nella pratica medica quotidiana in Italia, specialmente in aree remote o con accesso limitato alle strutture sanitarie?
Sicuramente, per tanti aspetti, la telemedicina sarà sempre più utile e utilizzata per i presidi sanitari periferici dove non possono esserci tutte le professionalità con competenze ultra-specialistiche che ormai la medicina moderna richiede. Pertanto sarebbe necessario che tutti i colleghi che rappresentano delle eccellenze nei loro campi si mettano a disposizione per poter dare il loro parere clinico su determinati casi anche a distanza. Ciò eviterebbe inutili perdite di tempo e spostamenti non necessari per i pazienti che potrebbero essere curati al meglio e vicino casa.
In che modo l’esperienza in Antartide ha influenzato il suo approccio alla medicina e alla gestione delle emergenze?
Avendo lavorato in un ambiente così essenziale sicuramente apprezzerò ancor di più i confort, le professionalità, l’organizzazione e la tecnologia presente nel mio Ospedale dove non ho mai la sensazione, che invece a volte posso avere qui, che possa capitare qualcosa che non si riesca a gestire al meglio delle moderne conoscenze mediche.
Quali apprendimenti acquisiti durante la missione ritiene possano essere utili per i colleghi che operano in contesti sanitari impegnativi o isolati?
Consiglio, fin da subito, di studiare bene il posto e le attrezzature che si hanno a disposizione, chiarire bene i ruoli con il resto dell’equipe e fare alcune esercitazioni per simulare eventuali scenari di emergenza di modo che, in caso di necessità, ognuno svolga al meglio il suo compito.
Importante è capire bene le attività che si svolgono sul posto per poter agire preventivamente facendo rispettare o consigliando alcune buone norme sulla sicurezza. Bisognerebbe inoltre avere una valida e varia rete di colleghi disponibili, meglio se all’interno di un protocollo, ai quali poter chiedere pareri su casi più particolari.
Che consigli darebbe ai medici e agli operatori sanitari interessati a intraprendere esperienze professionali in ambienti estremi come l’Antartide?
Banalmente posso solo dire che la passione per il proprio lavoro e le solide conoscenze possono fare la differenza fra un professionista mediocre e uno eccellente, tutto questo vale soprattutto in ambienti estremi dove l’isolamento da colleghi e mezzi amplifica eventuali dubbi, incertezze e possibilità di insuccessi.








